Home / COSTITUZIONE / “Il compagno Andrea. Vita e militanza socialista di Alberto Jacometti (1902-1985)”

 

Recensione di Maria Adele Garavaglia pubblicata sul numero di Aprile 2021 nel mensile di cultura del territorio Novara è…

E’ un’ intensa e appassionata biografia di Alberto Jacometti il saggio pubblicato a Novara, nel 2020, da Renzo Fiammetti, per i tipi di Interlinea, intitolato “Il compagno Andrea. Vita e militanza socialista di Alberto Jacometti ( 1902-1985)”. Preceduta da un saluto di Elena Mastretta, Direttrice scientifica dell’Istituto storico “Pier Fornara” di Novara , e dalla presentazione di Angelo del Boca, questo saggio rielabora e approfondisce la tesi di laurea “Alberto Jacometti e il socialismo italiano 1902-1985”, discussa presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Pavia nel febbraio 1990 e vincitrice del premio Mondoperaio 1990, come “la miglior tesi di laurea sulla storia del Partito socialista”. La lettura è arricchita dall’eccellente apparato iconografico, curato da Mauro Begozzi, “Biografia per immagini”, suddiviso in due parti: “Album fotografico”, che raccoglie fotografie di Jacometti con i compagni di scuola durate le gite scolastiche, ritratti dagli anni Venti agli anni Sessanta, la cascina dove è nato, scene familiari con la moglie Colette e le due figlie, Mirella e Ughetta, con i compagni di partito durante viaggi e incontri politici. La seconda, “Vita e militanza attraverso le tessere”, ne ricostruisce l’iter professionale e politico, a partire dalla tessera di iscrizione alla “Scuola Superiore di Agricoltura” del 1921, sino all’ultima tessera del Partito Socialista Italiano del 1984.

La cascina Grampa di San Pietro Mosezzo.

Figlio di un imprenditore agricolo, “fittavolo” della Grampa di San Pietro Mosezzo, Jacometti inizia giovanissimo a interessarsi ai problemi del lavoro e dello sfruttamento, osservando la realtà intorno a sé: ”La cascina diventa così l’ambiente umano e culturale nel quale non solo Alberto Jacometti nasce, ma nel quale misura se stesso in relazione alla dolente umanità contadina e popolare, una umanità animata da credenze, superstizioni, povertà non solo materiale, ma culturale, ma che, forse proprio per questa umana spontaneità, il giovane Jacometti sente vicina e compartecipe”. All’Istituto Mossotti , dove conduce e completa gli studi superiori, il preside Raspini gli fa conoscere il problema delle masse oppresse e diseredate attraverso la lettura di Tolstoj: “Jacometti inizia a sentire come opprimente e ingiusto l’abisso che esiste fra la vita dei poveri e quella dei pochi privilegiati: l’abisso che esiste fra la vita dei bambini della cascina suoi compagni di giochi e la sua, figlio dell’affittuario, con bei vestiti e la tavola imbandita di cibi gustosi“. Nel dopoguerra a Novara il movimento operaio cresce in maniera significativa: “salariati e braccianti novaresi ottengono le otto ore lavorative, una vittoria che sarà poi confermata a Vercelli, Mortara, Brescia, Milano, Cremona, Mantova e Ferrara” e nel 1920 ecco il grande sciopero contadino che “ ha un’adesione plebiscitaria: tagliaerba, bifolchi, manzolai, cavallanti, tutti incrociano le braccia. L’atmosfera alla Grampa si fa gravida di paura; il padre di Alberto ha perso la sua sicurezza …”. Jacometti, iscritto al Politecnico di Torino con una borsa di studio del Nobile collegio Caccia, si trasferisce alla Facoltà di Agraria di Milano, dove si laurea nel 1923: sono gli anni tumultuosi della nascita del Movimento fascista e anche della fondazione, a Livorno nel 1921, del Partito Comunista, ad opera di Gramsci, Togliatti e Bordiga. In questa realtà si forma la coscienza politica di Jacometti che abbraccia il Socialismo e scopre la sua vocazione letteraria, tradotta in un rigoroso e appassionato impegno civile. Non ancora diciannovenne, infatti, esordisce sul giornale novarese “Il Lavoratore”, con una dura requisitoria contro la scissione di Livorno: “Il giovane Jacometti coglie l’essenza strumentale della scissione e ne denuncia l’inopportunismo politico”. Sono anche gli anni dei suoi primi scritti letterari, come la pièce teatrale “Fango nel sole” (1923), recensita da Pina Ballario, e “Lettere sarde” (1923), frutto di un soggiorno in Sardegna. “L’esperienza sarda è una nuova tappa della formazione umana e politica – culturale, verrebbe da dire- di Alberto Jacometti. Già imbevuto delle idee di Tolstoj e del socialismo umanitario e non dottrinario, … si misura con la realtà, aspra e affascinante, dell’isola … Una Sardegna pastorale e romantica, dura e chiusa, dalla grande umanità”. Renzo Fiammetti riesce con grande maestria a rappresentare la personalità di Alberto Jacometti a tutto tondo, senza nulla sacrificare dei suoi numerosi interessi. Lo presenta, infatti, nelle differenti matrici della formazione della sua personalità, scandagliando l’influsso della politica, senza però dimenticare che l’uomo d’azione attinge sempre a una cultura versatile e multiforme, in una attività che compenetra saldamente giornalismo, politica e scrittura. E non manca di valorizzare le figure che più incidono sulla sua formazione: Giuseppe Bonfantini e Ugo Porzio Giovanola. Numerose sono le opere di Jacometti rimaste inedite. Fiammetti le elenca in una vasta bibliografia che comprende romanzi, opere teatrali e poesie. Vi aggiunge, poi, anche le opere edite che risentono delle sue esperienze di vita e fotografano anche la realtà novarese, come il romanzo “Temporale in risaia” (1956), Il saggio-ricordo del suo confino a “Ventotene” (1946), Un mese in Unione Sovietica “ (1952), solo per citarne alcuni. Antifascista convinto, troviamo Jacometti esule a Parigi, dove si rifugia nel 1926, in seguito a una duplice aggressione squadrista. E qui, sopportando pazientemente povertà e fame, scrive sul “Corriere degli Italiani” e su “L’Iniziativa”, aderendo anche all’Associazione giornalisti Italiani, presieduta da Filippo Turati. Ma la sua posizione dura e le parole sferzanti dei suoi articoli gli valgono l’espulsione dalla Francia e il trasferimento a Bruxelles, dove viene assunto come chimico all’”Istituto Maurice Chimie”. Qui scrive sulla rivista “Problemi della Rivoluzione Italiana”, insieme con un giovane Giuseppe Saragat. In Belgio sposa Colette, ma deve nuovamente fuggire a Parigi, dopo l’invasione tedesca del 1940. Arrestato della Gestapo, viene tradotto in Italia e subisce, sino al luglio 1943, duri anni di confino all’isola di Ventotene, con Umberto Terracini, Sandro Pertini, Camilla Ravera, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi. Liberato dal confino, torna a Oleggio dalla moglie e dalla figlia Mireille. Ad Arona intanto si è formato il “Comitato di liberazione nazionale provinciale” di Novara nel quale Jacometti rappresenta i socialisti, Carlo Leonardi i comunisti e Carlo Torelli i democratico-cristiani: sono le tre componenti fondamentali della guerra partigiana nella quale Jacometti, entrato in clandestinità, assume il nome di Andrea: “Sono mesi in cui, nell’attività clandestina, Jacometti è fortunato, come riconosce lui stesso, riuscendo a uscire indenne anche dalle situazioni più rischiose che affronta quotidianamente. Fra queste missioni è da ricordare il colloquio che Jacometti ha a Campello Monti con il capitano Filippo Maria Beltrami, nel febbraio 1944. Con lui, tutto il CLN provinciale … aveva incontrato le forze garibaldine e il loro comandante, Cino Moscatelli”. Comunque quella del “compagno Andrea” non è l’unica falsa identità di questo periodo. Di volta in volta, in “questi venti mesi della lotta partigiana: è un geometra di Muggiò, a nome Andrea Lombardi, ma anche un ingegnere residente a Invorio, sempre con lo stesso nome. Mario Bevilacqua è invece una falsa identità con la quale risulta residente a Milano”. Dopo la liberazione, a partire dal giugno 1945, Jacometti assume l’incarico di Segretario provinciale del Partito socialista e direttore del settimanale socialista “Il Lavoratore”. Lascerà quest’ultimo l’anno seguente, per entrare a far parte dell’Assemblea Costituente che deve scrivere la Costituzione della Repubblica italiana, da lui definita “l’ultimo strumento di lotta legale che ancora ci resti”. E, anche all’interno di quell’ambito, Jacometti fa sentire la sua profetica voce di dissenso, la sua critica costruttiva, la sua tagliente analisi: “ Nel settembre 1947 … è fra i parlamentari che prendono la parola in aula contro l’istituzione della seconda Camera … Di fronte alla possibilità di mantenimento del Senato, Jacometti si pronuncia in favore del sistema uninominale per esso, per evitare un doppione inutile con la Camera dei deputati”. Dal 1948 inizia una lunga fase di militanza politica. Radicato nei suoi ideali più profondi, entra spesso in conflitto con il partito stesso, del quale non sempre approva le alleanze e nel quale si presenta come il critico più acerrimo delle scissioni che caratterizzeranno la vita del Partito Socialista della seconda metà del Novecento. E’ un periodo di lotte appassionate. Nel dicembre 1947 si costituisce a Roma il “Fronte democratico popolare per il lavoro, la pace, la libertà”, a cui aderiscono il PCI, il PSIUP, il Partito cristiano sociale, Il Partito della democrazia del lavoro, il Movimento cristiano per la pace di Guido Miglioli e Ada Alessandrino, Alleanza Repubblicana popolare, il Movimento socialista di unità proletaria. Jacomenti si spende con passione per l’unità del fronte, utilizzando anche il giornale di cui è divenuto direttore, “Sempre Avanti”, denunciando la dipendenza dell’Italia dagli USA. La cocente sconfitta del Fronte popolare alle elezioni dell’aprile 1948 determina anche la mancata elezione di Jacometti stesso. Il Partito si interroga in uno storico congresso a Genova, nel quale Jacometti viene eletto Segretario, assumendo una posizione centrista che si proclama decisamente autonoma dall’URSS: “Non accetto la tesi comunista che identifica gli interessi della

Jacometti a Roma con Pertini

classe operaia con quelli dell’Unione Sovietica: se così fosse chiederei la tessera del PCI”. Sono tempi drammatici, acuiti da tensioni popolari e rigurgiti neofascisti, di cui è testimonianza l’attentato a Palmiro Togliatti del 14 luglio 1948. Jacometti sostiene la linea legalitaria, la fine dello sciopero generale, ma anche la fine del Fronte popolare: la sua Segreteria si caratterizza anche per gli sforzi di mettere a punto ideologia e strategie in ben sette Congressi nei quali si dibattono temi fondamentali come l’opera del sindacato, la cooperazione, il movimento giovanile, la scuola, la riforma agraria, nonché questioni organizzative e amministrative. All’ingresso dell’Italia nella NATO, nel marzo 1949, Jacometti si oppone con decisione, come peraltro polemizza con il COMISCO (l’Internazionale Socialista della quale il PSI è membro sin dal 1944) che non approva la collaborazione dei socialisti italiani con il PCI “che risponde della sue azioni non al popolo italiano, ma a Stalin”. I duri anni Cinquanta, con i carri armati sovietici in Ungheria nel 1956 e poi la destalinizzazione iniziata con il XX Congresso del PCUS, determinano ardite considerazioni in Jacometti sulle strategie politiche, i rapporti con il PCI e con i partiti nati dalle successive scissioni dal PSI: “Lo scenario che prefigura è quello di una rivoluzione democratica, perché la classe operaia arriverà non solo alla gestione dello Stato, ma a una sua modifica strutturale”. Il centrosinistra lo lascia dubbioso per gli scarsi risultati, perché, nonostante la riforma della scuola media “unica” e la nazionalizzazione dell’energia elettrica, non procede con serie e profonde riforme strutturali che spezzino il clientelismo. Intanto, sin dal 1957 “prende corpo il progetto di una nuova associazione che raggruppi e animi i circoli popolari, un progetto al quale Jacometti lavora con passione e di cui è protagonista come primo presidente della neo costituita Arci”. E da questo impegno di carattere culturale riparte lo sforzo dell’unificazione delle sinistre che sembra approdare al successo, quando PSI e PSDI danno vita al PSU: l’illusione cade alle elezioni del 1968, quando il Partito Socialista Unificato ottiene risultati deludenti che, per Jacometti, segnano l’uscita dal Parlamento. Questo, però, non gli impedisce di ricoprire cariche rilevanti all’interno del partito e di proseguire la sua attività di giornalista, fra le quali anche la direzione, nel 1978, del periodico “Resistenza Unita”, notiziario “delle associazioni partigiane Anpi, Fiap, Fivl e dell’Istituto Storico della Resistenza di Novara”. Renzo Fiammetti insiste giustamente nel valorizzare l’impegno culturale di Jacometti, definito una “politica del tempo libero”, ricordando la fondazione dell’Arci, di cui sarà presidente sino alla fine dei suoi giorni, in quanto intende la politica come un dialogo e una crescita culturale, prima ancora che ideologica. “Quell’appassionato lavoro culturale che segnerà, insieme al suo costante impegno politico, un pezzo importante della sua vita, negli anni di guida dell’Arci e dello sforzo di non smarrire il grande patrimonio italiano dei circoli, che l’esperienza del regime aveva stravolto con i Dopolavoro e che poi l’Italia bigotta e reazionaria voleva asservire con l’Enal, erede dell’Opera nazionale dopolavoro”. L’Arci è un’associazione innovatrice che, in particolare, tende a organizzare il tempo libero dei lavoratori, inteso come svago ma anche come momento di istruzione, prendendo le distanze da una televisione “non certo pluralista, ma paludata e rigidamente controllata”. Nel giugno 1959 si tiene a Milano una due giorni di dibattiti sul tema del lavoro e dell’alienazione che questo comporta, anche alla luce di una tecnologia che schiaccia la personalità del lavoratore. Jacometti vi interviene anche ribadendo il ruolo manipolatore della televisione e del cinema asservito “a modelli culturali orientati al controllo del lavoratore e del cittadino”. E Fiammetti non manca di rilevare pure “la sensibilità umana e storica di dare vita all’Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea nel Novarese e nel VCO … con altri partigiani di questa terra, per non disperdere un patrimonio di passioni di donne e di uomini. E affinché quel patrimonio parli ai giovani, quei giovani che Jacometti negli ultimi anni ammoniva un po’ brusco, perché seguaci di miti come Che Guevara e invece dimentichi di Matteotti e Turati”. Infine, nello sforzo di presentare Jacometti in tutti gli aspetti della sua personalità, l’autore dedica un capitolo agli scritti politici, presentandolo con le sue stesse parole, come uno scrittore prestato alla politica, che talvolta si lamenta di non aver avuto una preparazione adeguata, in virtù dei suoi studi tecnici, piuttosto che classici: Sono un uomo di cultura senza cultura, un uomo di lettere privo di base. Non conosco la musica che avrei tanto voluto. In realtà l’autore evidenzia come Jacometti abbia saputo utilizzare la narrativa per trasferirvi il suo vissuto e con un preciso intento politico, per non dimenticare, per testimoniare, per mettere in risalto figure e personalità esemplari in momenti storicamente molto difficili. Emerge certamente il carattere tenace e ostinato di un uomo fedele ai propri principi, radicato nei propri ideali, coerente a se stesso e scomodo, perché insofferente dei compromessi, dei trasformismi che rendono liquida la politica e vanificano gli sforzi di tradurre in opera le idee. Certamente è vissuto in un’epoca di cambiamenti a volte difficili da accettare per chi ha lottato e rischiato la vita in momenti durissimi: “La conclusione del percorso umano di Alberto Jacometti coincide con una trasformazione della società italiana e dello stesso Partito Socialista che il vecchio antifascista non può accettare. Non accetta, ed è cosa diversa dal non comprendere”. Nel luglio 1976 Jacometti rompe con Craxi, che ha cambiato “motu proprio” il simbolo del partito. Nel 1984, dopo che, al Congresso di Verona, non viene eletto nella Direzione, lascia il Partito socialista in cui ha militato per sessant’anni, perché non vi riconosce più gli ideali fondanti. E’ una frattura “dolorosa e tragica”, frutto di una grave crisi di identità che lascia stupefatto Jacometti per primo. Però, commenta Fiammetti, in realtà l’inossidabile socialista non ha lasciato veramente il partito, perché è morto nei primi giorni di gennaio 1985: “la tessera del 1984 l’ha già ricevuta, quella del 1985 non potrà mai richiederla … Viene da commentare: grazie al cielo è andata così …“. Fa in tempo, tuttavia, a scrivere un articolo sul terrorismo che appare sull’”Avanti” l’11 gennaio, insieme con la notizia della sua morte, mentre “La Stampa” pubblica un passo del suo testamento che è una sorta di lezione di umiltà e coerenza, due virtù rare, a dire il vero: “Credo di essere stato onesto. Ho sempre creduto nel socialismo che per me ha sempre significato giustizia, libertà e dignità umana…. In tal senso, commenta Fiammetti, la figura di Jacometti costituisce un insegnamento che perdura nel tempo e gli sopravvive. Questa biografia, ben inserita nei differenti contesti storici, documentati con scrupolo, rivela la sincera ammirazione e il profondo rispetto dell’autore per la figura di cui ha cercato di evidenziare l’integrità, la coerenza ai principi della sua fede politica, la rettitudine. Un ammaestramento e un esempio, oggi più che mai.