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“Resistenza unita” uscì per la prima volta nel gennaio 1969 e terminò le sue pubblicazioni, come Notiziario mensile del Raggruppamento unitario (Anpi-Fiap-Fivl) e dell’Istituto, nel dicembre del 2000: 32 anni di vita e quasi 350 numeri!
Dal gennaio 2001, con il nome di “Nuova Resistenza Unita” il giornale si è trasferito a Verbania ed è diventato l’organo d’informazione dell’Associazione Casa della Resistenza di Fondotoce (vedi).
Di seguito, in breve, la sua storia.
“Erano passati solo pochi mesi dalla costituzione del Raggruppamento unitario della Resistenza e dell’Istituto che i fondatori delle due organizzazioni ritennero indispensabile dotarsi di uno strumento di comunicazione, di dibattito storico-politico, di aggregazione e confronto con le giovani generazioni. Erano gli anni “caldi” della cosiddetta contestazione.
Nel titolo lo spirito dell’iniziativa, uno spirito nuovo dopo anni di divisioni (per la verità più politiche che reali) tra le Associazioni dei resistenti.
Formato cm. 20,5×28,5, otto pagine: una via di mezzo fra il notiziario e la rivista, una via di mezzo che doveva rappresentare entrambe le esigenze (quelle del Raggruppamento e quelle dell’Istituto) e le rispettive prospettive di impegno e lavoro.

Il primo numero di Resistenza Unita nel 1969.

Una firma prestigiosa per la testata, quella di Albe Steiner, indimenticato comandante partigiano e altrettanto indimenticato caposcuola del design italiano. Nel comitato di direzione: Eraldo Gastone, Enrico Massara, Mario Manfredda e Mario Pacor (responsabile).
Redazione e amministrazione a Novara in Corso Cavallotti, 2 (presso la Biblioteca Civica e Negroni, che ospitava quei primi momenti dell’”avventura”). Stampa (con il “piombo”) alla Tipografia Fratelli Paltrinieri (da tutti conosciuta come San Gaudenzio), spedizione e indirizzario…”a mano”. Registrazione presso il Tribunale di Novara, da cui risulta che il proprietario del giornale era il Raggruppamento, il quale si impegnava ad ospitare una o più pagine per dar conto dell’attività dell’Istituto.
Meno di due anni dopo, Raggruppamento e Istituto, che nel frattempo erano insieme cresciuti, insieme si trasferirono con il proprio giornale in via Canobio, 5, al pian terreno della “piccola garbatissima casa da nobili, che un Medici da Marignano fece costruire nel 1570 verosimilmente dall’architetto Vittorio Seregni e che porta ancora sulle porte interne lo stemma mediceo con le caratteristiche palle”. Tre stanze, un gabinetto e un minuscolo sgabuzzino, ma finalmente una sede!
Qualche innovazione “tecnologica” riguardò la spedizione, che si effettuava sempre “a mano” legando i pacchi per “stradale” da inviare alle Poste, ma utilizzando e pigiando su di una nuova pesantissima etichettatrice ad inchiostro ove si infilavano, venti-trenta alla volta, targhette metalliche fornite dalla ditta del partigiano torinese Walter Colombino. E su quella etichettatrice si allenarono, sotto l’occhio benevolo di un vero maestro come Mario Pacor, diversi giovani aspiranti storici e/o giornalisti.
Cambiò anche la tipografia che, dopo una breve parentesi alla Nuova Stella, diventò definitivamente la Grafica Novarese (allora in via Dominioni, oggi a San Pietro Mosezzo) e con essa anche il compositore, da allora la Lynotipia Fortis. Fine del 1972: cambiò pure il formato che divenne di cm.31×41,5 testimonianza dell’indirizzo che il giornale stava prendendo. Più notiziario, più voce dell’associazionismo partigiano e meno rivista, meno Istituto, anche se si dovrà attendere la fine degli anni ’70 e la nascita di “Ieri Novara Oggi. Annali di ricerca contemporanea” dell’Istituto perchè tutto questo si evidenzi definitivamente. Eppure quel legame mai venne meno, neppure dopo il 1976, quando l’Istituto si trasferì nell’attuale sede di Corso Cavour, 15, in Casa Fornara, separandosi anche fisicamente dalle associazioni partigiane: il giornale continuò ad essere “concretamente” fatto presso l’Istituto.
Già nel maggio del 1971 iniziarono alcuni avvicendamenti nel Comitato di direzione quando Piero Berra sostituì il compianto Manfredda. Nel 1978 con il pensionamento di Pacor, il Comitato fu costituito da Francesco Albertinale, Eraldo Gastone, Enrico Massara e Alberto Jacometti (quale direttore responsabile). La redazione venne affidata a Giulio Maggia che seguì il giornale sino al marzo del ’79, quando, dopo un numero affidato a Francesco Omodeo Zorini, subentrò Mauro Begozzi. Da allora, Begozzi assicurò l’uscita mensile ininterrottamente per ventuno anni. A fine 1981 nuovo ingresso in Comitato di Ugolino Barciocco. Il 1981 fu anche l’anno della “rivoluzione” tecnologica: dal mese di settembre, infatti, venne abbandonato il “piombo” per la più moderna “fotocomposizione”. Addio macchine rumorosissime, addio camici neri dei proto, prove d’inchiostro, letture al contrario delle bozze e straordinari strumenti di lavoro, addio cliché di zinco. Da allora pellicole e lastre: tutto è più pulito, perfetto, ma anche  più freddo e standardizzato. Poi sarà la volta del computer…..
Alla morte di Jacometti, direttore responsabile divenne Giovanni Zaretti.
Solo nel 1993, scomparsi Eraldo Gastone prima e Francesco Albertinale poi,  il giornale si diede un nuovo Comitato di direzione: ad Enrico Massara e a Ugolino Barciocco si affiancarono Antonella Braga, Luca Montani e Renzo Fiammetti.
L’amministrazione, sino ad allora curata da Luigi Nicola, venne affidata a Vincenzo Grimaldi.
Negli anni d’oro, gli anni ’70 e in parte gli anni ’80, la tiratura arrivò sino a 4500 copie a numero, per poi via via scendere e stabilizzarsi intorno alle 2500. Il giornale ha vissuto esclusivamente delle entrate date dagli abbonamenti e dalle sottoscrizioni, non ha mai accolto pubblicità e non ha mai avuto “santi in paradiso”. Nei momenti difficili, che non sono mancati, è stata la generosità dei lettori e dei partigiani a risolvere i problemi. Tutti coloro che hanno scritto per Resistenza unita e sono stati tanti, fossero grandi firme del giornalismo o della storiografia italiani oppure semplici collaboratori (non meno di 100-150 all’anno) si sono sempre accontentati solo di un grazie.
Eppure, per 32 anni e per 350 numeri Resistenza unita ha svolto con grande coerenza il proprio compito, liberamente, garantendo a tutti libertà di pensiero, dando voce a chi in altro modo non avrebbe potuto, né sarebbe stato ascoltato, raccogliendo piccole e grandi storie personali e collettive, offrendo a molti giovani una palestra in cui esprimersi ed esercitarsi, onorando la memoria di chi è caduto per la nostra libertà, ricordando chi via via ci ha lasciati.
Un patrimonio che è oggi consultabile nelle biblioteche e in particolare in quella dell’Istituto.”
 
Dall’ottobre 2008, l’intera collezione, unitamente a quella di Nuova Resistenza Unita, è anche consultabile e scaricabile dai siti dell’Istituto e della Casa della Resistenza (vedi)
 

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