Home / Celebriamo il 2 giugno con i #CostituentiNovaresi / #costituentinovaresi: Alberto Jacometti

 
Socio fondatore dell’Istituto Piero Fornara e membro del consiglio direttivo sino al 1981. Alberto Jacometti nasce alla Grampa, un cascinale della Bassa novarese, nel comune di San Pietro Mosezzo, il 10 marzo 1902. La famiglia è affittuaria della tenuta e il giovane Jacometti scopre nel contatto con il mondo contadino uno stimolo ad interessarsi di problemi sociali. La sua adesione al socialismo è mediata dall’incontro con le pagine dei romanzi di Tolstoj, che esercitano una forte influenza sul giovane.  Il suo impegno politico nel movimento socialista novarese si fa preciso nelle settimane del “maggio radioso” e dell’ingresso dell’Italia in guerra. Inizia a lavorare come volontario al Municipio di Novara, dove da alcuni mesi siede la giunta socialista guidata da Luigi Giulietti e poi dal professor Giuseppe Bonfantini. Dopo la fine della guerra, inizia a collaborare al settimanale socialista novarese “Il Lavoratore”. In quegli anni, Jacometti è un socialista riformista, vicino alle idee di Turati. Nel 1923 pubblica dall’editore Cappelli di Bologna il suo primo romanzo: Fango nel sole. La spinta decisiva verso l’impegno politico viene nel 1924: mentre si trova a Cagliari per completare la tesi di laurea in agraria, viene raggiunto dalla notizia dell’assassinio di Giacomo Matteotti. Aderisce al Partito socialista unitario e, raccolto attorno a sé un gruppo di giovani operai e studenti, pubblica a Novara un foglio clandestino dal nome sintomatico: “Basta!”. Continua…
Nel 1925 subisce la prima aggressione squadrista. La violenza subita lo spinge a lasciare l’Italia per qualche tempo e a stabilirsi a Barcellona. Rientrato in Italia nel 1926, si stabilisce a Torino, dove entra in contatto con gli ambienti socialisti. A Novara torna solo nel fine settimana e subisce la seconda aggressione. Nel dicembre 1926 Jacometti lascia nuovamente l’Italia diretto a Parigi: è la scelta dell’esilio. Dal marzo al dicembre 1928 Jacometti riesce a pubblicare una propria rivista. Si tratta de “L’iniziativa”, una rassegna politica mensile che raccoglie collaborazioni diverse e qualificate. Attorno al foglio si raccolgono così Fernando Schiavetti, Mario Bergamo, Giuseppe Donati, Alceste De Ambris, Antonio Chiodini, Francesco Volterra, Pietro Montasini. “L’Iniziativa” cessa le pubblicazioni alla fine del 1928, a causa della cronica mancanza di fondi e per l’azione delle spie dell’OVRA, che si sono introdotte nel gruppo dei collaboratori. Nel febbraio 1929 Jacometti viene espulso dalla Francia e accompagnato dalla polizia a Bruxelles. Lo accompagna una ragazza francese che da alcuni mesi vive con lui e che diventerà sua moglie, Geneviève Colette Clair. In Belgio rimane fino allo scoppio della seconda guerra mondiale. Lavora come chimico, collabora a giornali e riviste e partecipa al dibattito politico che anima i fuorusciti italiani. Nel giugno 1934 torna in Italia perché il padre è morente. Sorvegliato dalla polizia, viene arrestato a Chiasso. Assiste al funerale del padre scortato da tre agenti. Dopo due settimane di carcere viene rilasciato, probabilmente grazie al fratello Luigi che riesce a corrompere qualche poliziotto. Tornato in Belgio, la vicenda costa a Jacometti la sospensione per un anno dalle cariche del partito socialista. In novembre il periodo di sospensione viene dimezzato per intervento dello stesso Nenni. Nel gennaio 1937 Jacometti è in Spagna, a Gandia, dove divampa la guerra civile. E’inviato dal partito socialista perché sono sorti dei contrasti nella città fra comunisti e anarchici, un preludio della dura repressione comunista di Barcellona in cui troverà la morte anche l’amico Camillo Berneri. Nell’ultimo scorcio degli Anni Trenta, Jacometti […] inizia a teorizzare gli Stati uniti d’Europa. Davanti al fallimento della Società delle nazioni, assemblea dimostratasi largamente incapace di arrestare l’avanzata fascista in Europa, Jacometti tratteggia un’Europa dei popoli fondata sulla giustizia e non sulla forze degli eserciti.  Al federalismo, Jacometti non sacrifica però il primato dell’ideale socialista. Il 24 novembre è arrestato nella capitale belga dalla Gestapo e in dicembre viene ricondotto in Italia. La sua destinazione, dopo la condanna a cinque anni di confino, è l’”ombelico delle tempeste”: Ventotene. Nell’isola, in mezzo al gruppo dei confinati, prende forma quello che sarà conosciuto come Manifesto di Ventotene. Invitato a partecipare alla stesura del programma federalista, Jacometti rifiuta prendendo le distanze da Spinelli e Rossi: rifiuta il volontarismo che vena la prima stesura del Manifesto. Alla caduta del fascismo, nell’estate 1943, Jacometti lascia l’isola su una piccola barca, insieme a Sandro Pertini e altri tre compagni. Approdano a Gaeta. Jacometti torna a Novara in treno e riprende i contatti con gli ambienti socialisti. Immediata e senza incertezze è l’adesione di Jacometti alla Resistenza. In settembre partecipa alla costituzione del Comitato di liberazione nazionale di Arona e, alla successiva nascita del Comitato di liberazione provinciale. Jacometti vi rappresenta i socialisti, affiancandosi al comunista Carlo Leonardi e al democristiano Carlo Torelli. Assunto il nome di battaglia di “Andrea”, Jacometti è fra i protagonisti della lotta di liberazione nel Novarese: il 26 aprile 1945 firma, insieme agli altri membri del CLN provinciale, la resa della Guardia nazionale repubblicana, e tiene un vibrante discorso ai novaresi accorsi davanti alla Prefettura. Dopo la liberazione, Jacometti assume a Novara la direzione del settimanale socialista “Il Lavoratore” e la segreteria provinciale del partito socialista. […] Alle elezioni del 2 giugno 1946 ottiene 30.604 voti e diviene membro dell’Assemblea costituente. Nei mesi della Costituente, Jacometti non fa parte della ristretta Commissione dei 75, ma si segnala per appassionati interventi e iniziative. […] Nel settembre 1947 prende la parola in aula contro la proposta di creazione di una seconda camera parlamentare, che ritiene un inutile doppione. Di fronte alla concreta possibilità che il Senato venga mantenuto, propone che almeno sia eletto con il sistema uninominale. Il suo ruolo all’interno del partito diviene sempre più marginale e dal 1949 viene relegato ad una dimensione provinciale. Diviene segretario della Federazione socialista di Novara e ritorna in parlamento come deputato nel 1953, per rimanervi fino al 1968. Nella quarta legislatura ricopre importanti incarichi all’interno della Commissione parlamentare per gli affari costituzionali e diviene vicepresidente della Giunta per le elezioni. […] Sono gli anni in cui, accanto all’attività politica e alla mai abbandonata passione del giornalismo, si interessa alle tematiche del tempo libero, fondando nel 1954 l’Associazione ricreativa culturale italiana ARCI[1], di cui rimane presidente onorario fino alla morte. A partire dagli anni Cinquanta Jacometti dedica tempo e energie all’attività di scrittore. Ha alle spalle l’esperienza giovanile di Fango nel sole e un libro fortunato quale Ventotene (1946). In questi anni si dedica ad opere letterarie, di memorialistica e di viaggi: Il diavolo stanco (1949), Quando la storia macina (1952), ma soprattutto Mia madre (1960) che ebbe anche una traduzione in ungherese. Del 1952 è invece Un mese in Unione sovietica: Jacometti accompagna Nenni in URSS quando il leader socialista riceve il premio Stalin. […] Le sue posizioni politiche non conoscono sostanziali mutamenti nel corso degli anni. Nel 1976 sull’onda delle polemiche per il cattivo risultato elettorale, il PSI sceglie di affidare la segreteria a Bettino Craxi. Il contrasto fra il giovane leader e il vecchio antifascista è totale. […] I contrasti si fanno via via più forti fino all’estate 1984 quando Jacometti lascia il partito dopo sessant’anni di militanza. Il motivo addotto per la grave scelta è poco più di un pretesto, la sua esclusione dalla nuova Direzione del partito eletta dopo il congresso di Verona: la verità è che ormai, Jacometti, non rappresenta più nulla in quel partito se non sé stesso. Ad amareggiare i suoi ultimi giorni arriva la notizia, in settembre, della morte dell’amico Riccardo Lombardi. All’inizio del gennaio 1985, in un inverno freddo e rigido, Jacometti è convalescente per problemi cardiaci. Ma non lascia la penna e scrive un articolo per l’”Avanti!” sul terrorismo. E’ l’ultimo. Muore nella notte fra il 9 e il 10 gennaio alla Sospirata, la villetta alla periferia di Novara dove abita da anni. I suoi funerali civili il 12 gennaio sono quelli di un eretico. Assenti i massimi esponenti del partito socialista, sono gli amici e i vecchi partigiani a rendere l’ultimo saluto al compagno “Andrea”. Fra gli altri innumerevoli aspetti della vita di Jacometti non va dimenticata la vicepresidenza dell’Anppia[2], la sua partecipazione al Consiglio nazionale dell’Anpi, la direzione di “Resistenza unita” e la sua partecipazione alla vita dell’Istituto Storico Piero Fornara. Le carte di Alberto Jacometti formano un fondo archivistico a suo nome depositato all’Istituto Storico della resistenza e della società contemporanea nel Novarese e nel Verbano Cusio Ossola.[1] Associazione Ricreativa e Culturale Italiana [2] Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani.