Il punto d'inizio della resistenza civile è identificato dagli storici negli scioperi del marzo 1943, quando gli operai nelle fabbriche del Nord Italia protestarono - sfidando il
divieto di sciopero - contro le condizioni di vita cui erano costretti e contro la guerra stessa. Nel novarese, gli scioperi iniziarono un po' più tardi, nell'autunno del '43, intensificandosi nel gennaio-febbraio '44, sino allo sciopero generale "contro la fame e contro il terrore", organizzato dal
Comitato di liberazione nazionale (CLN) il 1° marzo 1944. Le agitazioni ripresero poi, con andamento alterno, sino ai grandi scioperi della primavera del 1945.
La massiccia presenza di un tessuto produttivo risparmiato dai
bombardamenti, di numerose industrie sfollate dai centri urbani maggiori e di piccole e grandi aziende legate allo sforzo bellico tedesco, attribuiva una valore strategico rilevante agli scioperi organizzati a Novara e nella sua provincia. Il rigido controllo delle
forze occupanti rese però particolarmente difficile e rischiosa l'attività di agitazione nelle fabbriche.
Nel febbraio 1945, con l'approssimarsi dell'insurrezione popolare, giunse a Novara, proveniente dalle formazioni partigiane della Valsesia, uno sperimentato dirigente sindacale, il torinese Giorgio Carretto, operaio comunista, esponente di "Ordine Nuovo", condannato dal Tribunale speciale a 12 anni e 6 mesi. Grazie alla sua capacità organizzativa, il numero dei comitati di agitazione nelle fabbriche si estese notevolmente e tutta l'organizzazione degli scioperi insurrezionali della primavera del 1945 fu da lui diretta, presso la sede sindacale clandestina in corso Italia.
Richieste di aumenti salariali, di distribuzione di viveri, di allontanamento degli speculatori e dei dirigenti maggiormente compromessi con i tedeschi vennero avanzate dagli operai in parecchie aziende novaresi: all'Abital (abbigliamento, 500 dipendenti,); alla Riva Vercellotti (maglieria, 450 dipendenti); alla Cansa di Cameri (officina aeronautica, 600 dipendenti); alla Sant'Andrea (officina meccanica, 700 dipendenti); alla Scotti e Brioschi (elettromeccanica, 500 dipendenti); alla Dell'Era (officina e fonderia, 80 dipendenti); alla Bossetti (officina meccanica, 150 dipendenti); alla Cascami Seta (filatura, 400 dipendenti); alla Schleifer (officina meccanica, 120 dipendenti). Complessivamente, nella riunione del CLN provinciale, si stimarono a 5000 i lavoratori novaresi protagonisti di azioni rivendicative.
Gli scioperi ottennero spesso notevoli risultati: aumenti salariali o quantomeno il rispetto delle tariffe concordate; distribuzione di viveri; funzionamento più corretto degli spacci e delle mense aziendali; allontanamento degli speculatori - che alla Sant'Andrea, ad esempio, imboscavano grossi quantitativi d'olio - e dei dirigenti disonesti. Le misure di rappresaglia poste in atto dai nazifascisti - intimidazioni, arresti, lavoro coatto, deportazione, obbligo di lavoro durante gli allarmi aerei, riduzione delle indennità - non fecero che aumentare le proteste. Scoppiato a Torino il 18 aprile 1945, lo sciopero insurrezionale "contro la fame e il terrore" coinvolse in breve tempo anche alcune fabbriche novaresi ed il 23 aprile divenne generale.