La Novara della lotta di liberazione era una città "clandestina", che richiedeva supporti logistici, luoghi di riunione sicuri, punti di ritrovo per trasmettere e ricevere messaggi, connivenze per ottenere e diffondere informazioni, appoggi per recuperare denari, materiali, armi e uomini. Era una rete per lo più di case private, ma anche di luoghi pubblici, apparentemente insospettabili come alberghi, ospedali, negozi, scuole, oratori, fabbriche, studi di professionisti e persino "case chiuse". Anche nei "comandi" del nemico, presso gli uffici della prefettura e della questura, negli stessi reparti militari e nella polizia ferroviaria, vi erano numerosi "collaboratori" dei partigiani.
Grazie a questi "infiltrati", notizie importanti raggiunsero per tempo i centri di resistenza del capoluogo e, da questi, i comandi delle formazioni partigiane, riuscendo qualche volta a salvare la vita di qualcuno. Fu questo il caso occorso a Vittorio Luoni e a Giulio Biglieri, avvisati, nel dicembre 1943, dalla dattilografa del Comando repubblichino che era stato appena emanato un ordine di cattura a loro nome, indirizzato alla questura. Fecero così in tempo a salvarsi, almeno per il momento, "cambiando aria" per un certo periodo.
La memoria di alcuni dei luoghi della "città clandestina" durante la Resistenza è giunta sino a noi; di altri, purtroppo, si è ormai perso qualsiasi ricordo.
Oltre al già citato
studio dell'avvocato socialista Ugo Porzio Giovanola, ritrovo abituale del
Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), e alla farmacia di
Carlo Zorzoli, punto d'incontro del Partito d'Azione, dove si svolse anche l'ultima riunione del CLN prima della liberazione di Novara, altri luoghi d'appuntamento dei cospiratori furono: