A quanto riferisce il settimanale cattolico
"L'Azione" del 30 luglio 1943, "la notizia dell'esonero di Mussolini si diffuse in città dopo il giornale radio delle 22.15", nella tarda serata del 25 luglio '43. Nelle ore successive, si formarono crocchi di cittadini nelle vie cittadine per commentare la notizia.
Durante la notte e di prima mattina, le truppe di stanza si posizionarono in alcuni punti nevralgici della città per piantonare il
Palazzo del governo, il
Municipio, la
Casa Littoria, la
stazione ferroviaria, la sede centrale delle Poste e la
Curia vescovile.
Alla mattina, apparvero alcuni tricolori alle finestre e una grande bandiera sventolava sulla
cupola di San Gaudenzio. Progettata dall'architetto torinese Alessandro Antonelli e inaugurata nel 1888, la cupola della basilica di San Gaudenzio era - oggi come allora - uno dei simboli più rappresentativi di Novara. Nottetempo alcuni ardimentosi erano saliti sino in cima alla cupola - alta 121 metri, più del Duomo di Milano - per issare, alta sulla città, la bandiera italiana, emblema di un Paese restituito alla libertà dopo la caduta della dittatura.
Il 26 luglio, la piazza Vittorio Emanuele II (attuale piazza Martiri) era gremita di folla per il mercato. All'arrivo del generale Sorrentino, comandante della Divisone, accompagnato da un tenente colonnello, la folla applaudì e lo seguì fino all'angolo delle Ore, il noto "canton di uri", dove è ancora oggi collocato un orologio, all'incrocio fra i corsi Cavour, Mazzini, Cavallotti e Italia, punto d'incontro fra il cardo e il decumano nell'antica pianta della città romana. Dall'angolo delle Ore la folla si diresse poi verso
piazza Umberto I (oggi piazza Matteotti), dove si raccolse davanti al Palazzo del governo in attesa di notizie. Nel frattempo, i fascisti toglievano i distintivi dall'occhiello e il senatore Aldo Rossini, sfoggiando una sgargiante cravatta rossa, attraversava la piazza del Duomo, ricevendo pubblicamente lo schiaffo di una donna, davanti al caffè Gaia: sintomo che i tempi erano cambiati e che, per il potente senatore, era ormai ora di "cambiare aria", rifugiandosi in Svizzera. In altre zone della città, si attuavano fermate nelle fabbriche e gruppi di cittadini in festa staccavano i fasci littori dalle sedi dei Gruppi fascisti rionali, dal Tribunale e da altri edifici pubblici, cancellando con la calce le numerose scritte inneggianti al regime dipinte sui muri delle case.
Nel popoloso rione di San Martino, s'improvvisarono due comizi: uno dei comunisti, con Giuseppe ("Pinìn") Giarda - già segretario della Camera del Lavoro prima dell'avvento del fascismo - e il giovanissimo Gaspare Pajetta (17 anni), di fronte alla fonderia "Dell'Era"; l'altro dei socialisti, cento metri più in là, con l'avvocato Camillo Pasquali, che parlò dal balcone di Casa Garelli, in fondo all'attuale via Costa. La giornata si chiuse con un'affollata manifestazione in piazza Cavour, dove si gridò "Viva l'Esercito" e si applaudì la banda militare che intonava l'inno nazionale. Il comizio venne però subito disperso dall'intervento militare.